ESCLUSIVA CMT8 – Lorenzo Amoruso: “Dalla Scozia a MasterChef passando per la Premier League: vi racconto i retroscena della mia carriera!”

Lorenzo Amoruso è un ex calciatore dal passato importante; in Italia, tra le maglie vestite, spiccano senza dubbio quelle di Bari, squadra della sua città, e Fiorentina; gli anni più intensi in Scozia, tra le file dei Rangers Glasgow, dove vince tutto e diventa capitano e simbolo di una società storica. Appesi gli scarpini al chiodo, Amoruso ha ricoperto il ruolo di opinionista per Sky, e su TV8 è stato protagonista di Squadre da incubo, con Gianluca Vialli; freschissima tra l’altro, la sua partecipazione al reality Celebrity MasterChef Italia. Vi presentiamo dunque l’intervista ad Amoruso, una grande persona, squisita e disponibile, prima ancora di essere un grande personaggio nel mondo del calcio.

Intervista a Lorenzo Amoruso

Partiamo dagli inizi della tua esperienza nel calcio giocato, quando eri a Bari, nel quartiere Palese. Come ricordi quegli anni?

Beh, intanto direi che giù al sud la vita non era così facile; erano gli anni 80, era molto complicato far sì che un sogno così importante potesse diventare realtà. Il calcio mi ha dato un modo di vivere diverso da quello vigente nel meridione all’epoca. Devo dire che anche a me è servito un pizzico di fortuna e devo senza dubbio fare un grande ringraziamento alla mia famiglia che mi ha aiutato nei momenti di difficoltà. Mio padre era un semplice operaio, voleva che lavorassi e portassi i soldi a casa, ma fortunatamente, anche lui nutriva la mia stessa passione per il calcio. Da ragazzino, tutto era limitato a ciò che si faceva in campo; perciò, ho messo in campo la mia voglia di primeggiare, ho avuto la fortuna di avere delle qualità e di avere un buon rapporto con i miei allenatori, sono stato guidato da una certa etica morale che mi ha aiutato tanto. Ho esordito in Serie B con il Bari di Salvemini, ed è stato qualcosa di incredibile. In quella stagione tra l’altro, la mia seconda partita di Coppa Italia fu nientepopodimeno che contro il Napoli di Maradona. L’anno dopo, il grande esordio in Serie A: avevo solo diciassette anni e mezzo, e mi trovai San Siro contro l’Inter dei record di Matthaus, Klinsmann e Brehme; tutti personaggi che fino a qualche anno prima vedevo solo sulle figurine; questo, per dare un’idea di come e quanto fu intenso il mio avvio nel mondo del calcio. Sono stato molto fortunato nella mia carriera, in quanto credo di aver giocato nell’epoca più bella del calcio moderno.

Dopo ottime stagioni tra le file del Bari e della Fiorentina, con cui hai condiviso lo spogliatoio, tra gli altri, con gente come Batistuta e Rui Costa, l’approdo in Scozia con i Rangers, una piazza in cui si respira tantissimo calcio.

Parto dal presupposto che anche Firenze mi ha dato tantissimo; sono arrivato in un ambiente che da tanti anni non vinceva nulla, vincere la Coppa Italia e la Supercoppa Italiana con i Viola è motivo di grandissimo orgoglio; tra l’altro ho amato e amo Firenze, tant’è vero che ho deciso di prendere casa lì. Non avevo intenzione di andar via dalla Fiorentina, ma all’epoca la società aveva dei problemi economici, l’offerta che mi fu pervenuta dai Rangers era di quelle irrinunciabili e io decisi di fare quest’esperienza: non solo per il lato economico che comunque, non prendiamoci in giro, ha il suo perché, ma anche per il fatto di cimentarmi in Champions League con i più forti calciatori di quei tempi. Il mio inizio a Glasgow fu tremendo, subii un’operazione al tendine che mi tenne fuori per diverso tempo; dal secondo anno, mi sono ripreso quello che avevo lasciato per strada e mi sono tolto tantissime soddisfazioni: ho vinto diversi campionati e diverse coppe nazionali e, più in generale, ho passato sei anni indelebili per me.

Si vocifera che, prima della firma con i Rangers, ci sia stato un avvicinamento del Manchester United. Lo conferma?

Assolutamente sì; durante il viaggio per Glasgow, arrivò la chiamata dell’amministratore delegato dello United. Parto dal fatto che la squadra non era quella che si è fatta conoscere negli anni 2000, era una squadra in via di ricostruzione. Ho passato la sera prima della firma con i Rangers a guardare la finale di Champions League tra Juventus e Borussia Dortmund e anche a riflettere sulla mia scelta futura; avevo sensazioni troppo positive e secondo me quando si hanno queste sensazioni bisogna rispettarle, così preferii l’offerta dei Rangers. Non so quale delle due scelte mi avrebbe dato più fama; di sicuro, posso dire che se tornassi indietro, farei mille volte ancora la stessa scelta. Sono migliorato a livello umano, è cambiato il mio modo di approcciarmi alla vita, ho trovato un ambiente incredibile e sono molto contento di questo.

In quattro anni ai Rangers hai avuto un grande allenatore dei nostri tempi, Dick Advocaat. Un rapporto, quello con lui, molto tribolato.

Direi di sì; lui mi nominò capitano della squadra, per due anni abbiamo vinto qualsiasi cosa; successivamente però, si è fatta sentire soprattutto la sua rigidità all’interno dello spogliatoio: regole troppo ferree, ma anche diversi aneddoti; ad esempio, per Advocaat non si poteva giocare con le scarpe colorate, non si poteva iniziare a mangiare senza che lui dicesse “buon appetito”; insomma, regole fin troppo rigide, che a mio avviso, in un ambiente professionistico non sono accettabili, specie in un ambiente in cui eravamo reduci da tante vittorie: un atteggiamento del genere poteva portare solo a delle grosse problematiche. Da capitano, ne parlai con lui, ma lui scaricò la colpa su di me, trovando delle scuse per salvare sé stesso e per darmi in pasto alla stampa. Successivamente Advocaat decise di affidare la fascia da capitano ad un giocatore sicuramente di grandi prospettive ma a mio avviso troppo giovane per prendersi una tale responsabilità, Barry Ferguson. In quel momento, persi la fiducia nell’allenatore, che per me è la cosa più importante; pertanto, a fine stagione, chiesi al presidente la cessione, ma lui mi convinse a rimanere. La stessa stagione, Advocaat fu esonerato e al suo posto arrivò McLeish con cui vincemmo di nuovo, cosa che a mio avviso con l’allenatore olandese non sarebbe mai successa.

Nel 2003 una nuova avventura, questa volta in Premier League tra le file del Blackburn Rovers; tre anni caratterizzati da tanti infortuni. Hai qualche rimpianto riguardo la tua esperienza in Inghilterra?

No, non ho rimpianti. Analogamente alla situazione che ci fu quando lasciai la Fiorentina, lasciai i Rangers in difficoltà economiche; avevo 32 anni, avevo in mente di chiudere la mia carriera in Scozia, ma purtroppo questa situazione me lo impedì e così approdai in Inghilterra. Per me fu facile ambientarmi perché trovai alcuni miei ex compagni e un allenatore che aveva allenato proprio i Rangers, Souness. Ho avuto qualche problema fisico per un anno e mezzo, poi ho avuto problemi con il nuovo allenatore, Mark Hughes, all’epoca alla sua prima esperienza alla guida di un club: di lui critico il fatto di parlare poco con i suoi giocatori; non aveva rapporti veri con la sua squadra, non c’erano possibilità di confronto, mentre per me il confronto è alla base di ogni rapporto. A parte questo, l’esperienza in Premier è stata fantastica, ho giocato con i più forti calciatori dell’epoca tra cui Cristiano Ronaldo, Shearer, Owen, Rooney, Scholes ecc. e per questo ringrazio Dio ogni giorno. Il fatto stesso di aver realizzato un sogno è qualcosa di non facile.

Sei stato uno dei primi italiani che preferì giocare all’estero; uno dei pochissimi nei della tua carriera è però il fatto di non essere mai stato convocato nella Nazionale maggiore, altresì dichiarando che ti sarebbe piaciuto indossare la maglia della Nazionale scozzese. Secondo te, il fatto di non essere mai entrato nel giro degli azzurri è dipeso soprattutto dalla tua lontananza dal campionato nostrano?

Assolutamente sì. C’era tanta gente di livello che giocava in Nazionale, ma io, con tutta onestà, credo di non essere stato da meno. Fu un’epoca in cui si susseguirono sulla panchina Sacchi, Maldini e Zoff, che facevano tanti esperimenti con nuovi giocatori; io credo di non essere stato più bravo di loro, ma credo di essere stato al loro livello: purtroppo però, non mi è stata data questa possibilità e posso dire che questo è l’unico rimpianto della mia carriera. Giocare all’estero a quei tempi era considerato quasi un tradimento, pertanto credo che il motivo principale della mia mancata convocazione fosse quello, perché negli anni in Scozia ho dato tanto, sono anche stato nominato il miglior calciatore del campionato in una stagione, e per un difensore non è un riconoscimento tanto semplice da raggiungere; però, evidentemente non è bastato. Sono rammaricato anche perché io sono stato uno dei primi a voler portare in alto il nome dell’Italia all’estero, quindi credo che vestire la maglia della Nazionale maggiore fosse un onore che potevo meritarmi. Non è dipeso da me, ed è il mio unico cruccio.

Per quanto riguarda il vestire la maglia della Nazionale scozzese, ovviamente dissi di sì, anche perché appunto, sapevo che vestire quella della mia nazione era ormai un miraggio; sfortunatamente, non ho potuto giocare neanche con la Scozia, perché avevo già giocato due partite con la maglia della Nazionale italiana under 21.

Hai dichiarato che se non avessi fatto il calciatore ti sarebbe piaciuto fare il maestro di scuola elementare.

Io sono un maestro di scuola elementare a tutti gli effetti! O meglio, avrei voluto esserlo. Ho dato la precedenza al calcio, ma ho un regolare diploma che mi permetterebbe di essere un docente; avrei voluto prendere l’indirizzo sportivo, per fare l’insegnante di educazione fisica, ma all’epoca vigeva l’obbligo di frequenza, e tra tutti i miei impegni non ho potuto concentrarmi su questa mia passione; questo corso mi avrebbe permesso anche di studiare per diventare un preparatore atletico, un qualcosa che avesse comunque a che fare con l’ambito sportivo; lo sport, a prescindere dalla fama e dai soldi, secondo me è un modo di vivere: stare in una squadra, confrontarsi e cercare di migliorarsi sono tutte lezioni di vita, al di là del fatto che fare sport fa bene, non c’è nulla da perdere ma solo da guadagnare.

Appese le scarpette al chiodo, hai avuto esperienze come opinionista Sky e anche come protagonista di Squadre da incubo, insieme a Gianluca Vialli, iniziativa ambientata nei campi dilettantistici, con lo scopo di risollevare una squadra da un periodo di crisi; fresca inoltre, la sua partecipazione al reality Celebrity MasterChef Italia, dove hai dimostrato di mettere la grinta che ti contraddistingue anche “ai fornelli”.

Beh, la cucina è sempre stata una passione parallela al calcio; vivere tanti anni da solo all’estero, non sembra, ma è anche un bel problema. Il cibo in Scozia e in Inghilterra non è che fosse propriamente un granché, quindi, grazie anche ai preziosi consigli di mia madre e di mia sorella, mi sono dato da fare anche in ambito culinario.

Per quanto riguarda Squadre da incubo, sono molto orgoglioso di aver partecipato a questa iniziativa. Per me è stato un modo di trasmettere ai dilettanti una certa mentalità; i dilettanti devono capire che, anche a quei livelli, le cose devono essere fatte bene. Io e Gianluca abbiamo cercato di far dare il massimo a tutti i calciatori con cui ci siamo confrontati, cercando anche di capire i loro problemi e le loro frustrazioni. Al di là della categoria, se decidi di fare qualcosa, devi farla bene, anche per una questione di soddisfazione personale. Sky per adesso, non ritiene idoneo trasmettere una seconda stagione di Squadre da incubo, ma mi auguro che possa tornare sui suoi passi. Tra l’altro, senza falsità, credo che per me sia stata anche un’opportunità per riacquisire una certa notorietà nel piccolo schermo; sembra una cosa stupida, ma credo che attraverso la televisione, la gente possa conoscerti molto meglio. Io sono una persona che dice sempre le cose in faccia, il mio carattere può stare sulle scatole a molti ma sono fatto così, sono una persona che crede nel duro lavoro, crede nella verità e grazie a questo mio lato caratteriale mi sono tolto molte soddisfazioni.

Ultima domanda sul campionato in corso: la Juventus si avvia alla vittoria del suo settimo scudetto consecutivo. Cosa manca davvero al Napoli per emulare i bianconeri?

A mio avviso, la mentalità. E questa mancanza di mentalità l’ho percepita quando il Napoli ha, praticamente, rinunciato all’Europa League; io credo che quello sia stato un segno di debolezza, perché comunque quando ti trovi a questi livelli, l’obiettivo deve essere sempre quello di far bene in qualsiasi competizione. Direi anche che Sarri in certi casi dovrebbe, anche se pensa qualcosa, non renderla pubblica, perché in quel modo arrivi a destabilizzare un ambiente. Il Napoli ha fatto benissimo, nulla da dire sulla stagione dei partonopei, ma a mio avviso la Juventus è sempre un gradino sopra. La Juventus non vince le partite al novantesimo per caso, la Juventus le vince perché non molla mai, hanno ormai instaurato nella testa questo codice, che ha portato i bianconeri a sfiorare i supplementari al Bernabeu. Una mentalità vincente che ancora manca al Napoli, che però è senza dubbio sulla buona strada.

Ringraziamo il signor Amoruso per la straordinaria disponibilità dimostrataci, e gli auguriamo un grande in bocca al lupo per il prosieguo della sua carriera.